Non sopporto il freddo qua, mi deprime.
Rintanata nel paltò di Genovese ricevo un telex di mia sorella -so che altre donne si vestono più eleganti.
Mia cognata ha regalato alla cagna un vestito rosso con disegno di alberi magri e stelle. Ha balze nel fondoschiena. È troppo fino, le servirà solo per la primavera :) , mi scrive. Nostro padre ha sognato il giorno della sua morte, ce lo annunziò nella cena di Nochebuena, nei dessert, dice. Il sogno era trigonometrico, l’ha classificato lui così. Sommando restando e dividendo le date delle morte del nonno e della nonna e il ballo di forze nel triangolo, è venuto fuori che lui muore il 7 ottobre, lo stesso giorno delle nozze con tua madre e la mia. L’età che gli è uscita calcolando è: 96 anni -perché nell’altra data che gli è venuta fuori aveva 57 anni e sono già passati. Porto a Sara in spiaggia. Poco perché questo inverno diluvia quasi tutti i giorni. Lo stesso dovrei tornare a fare cura delle mie vicende, no?, mi chiede. PD/ Chi è Genovese? La barca come è? Quella Lucia, ma è così difficile trovare una donna che ti ami? È vero, non mi entusiasma il pensiero però si tratta della tua vita.
La barca è normale, le ho risposto. Si chiama Bon Courage. Poi ti scrivo bene, ora sto guidando io. Difficilissimo, praticamente impossibile. Datti pace.
Un abrazo hermana.
Dopo inviarle il telex ho acceso la radio, davano un pezzo di messa di Natale.
Uno ha tuonato vestito di verde, cosa andate cercando fuori?, la verità si trova dentro a noi.
Ho pensato.
È certo. Io le verità che trovo dentro però non mi piacciono troppo. Se invece vado fuori, le verità si muovono con me e quasi si capovolgono. Non ho nessun dubbio -pochi dubbi- che le verità di dentro se le guardo a Nueva York saranno bellissime, differenti. Immagino.
Altri pensieri per ora senza modo di formularli e ancora in italiano.
Sto provando a fumare un poco meno ogni giorno

[giorno 3, 4, 5 e 6. Suona Genovese la chitarra. Ballai. Notte iperflamenca. L'isola. Lucy disparue. Meglio]

Se separi con tempo due corpi che la maternità ha unito, in quel buco talvolta può circolare un vento dolcissimo Sud, caldo, e fiori rossi piccole possono crescere nei bordi delle strade provinciali francese, ad alcuni li capita, l’ho letto, qua soffia vento di Siberia e ti geli. Si gela anche la crema idratante.
M’incannonava 24 ore dì Medea, il suo sguardo depresso che mi disegnai immaginario nei polmoni, 44 anni fa oggi. Il cielo attorno era verde ed azzurro smeraldo, mai visti quei colori nel mondo della verità, smeraldi e poi gialli osso pallidi nei bordi, un cielo osso ingiallito nei bordi, come se fosse iniziato ad ardere e di poi qualcuno avesse spento l’incendio per amore, quasi in tempo. Quasi.
Volevo traversare il ponte, io, ieri, col postumi della notte flamenca, lasciare la barca e guardare che c’era dentro l’isola.
L’isola è legata a terra da un ponte.
Il ponte fa una curva alta e originale sull’oceano.
La curva non pensai questa volta che era il ventre di Lucy curvandosi nelle mie mani, il mio tra le sue.
Semplicemente non pensai niente.
Pensai, arrivai, ma questa volta non c’è fragore nell’arrivo né allegria né esaltazione.
Oggi gli occhi di Medea hanno rughe a ventaglio nei dintorni e dalla sua vigilanza rimane appena la traccia come i pezzi rimasti dal muro di Berlino, si vendono come souvernirs a romantici distratti dalla verità. Io i muri li preferiva duri in piedi.
Pensavo attraversarla intera questa massa azzurra, toccare L’America, era questo l’oggettivo, 3 settimane fa, potrebbe essere stato La Luna o La Estepa, pellegrinare grandi estensioni incolte, dopo non so.
In quella terra nuova e durante il viaggio studiare quando mi pompa il cuore, se resiste la gran separazione, l’oceano, se un amore germoglia, nuovo e riesco a raccontare come anda. Come un’uccello allerta ad altro uccello.
Un oggettivo assurdo perché quando Lucia mi chiese di andarmi io rimasi istantaneamente senza oggettivi, ora sono così.
Io so perché Lucia non mi amò, credo ora, e posso essere d’accordo con lei – in parte.
Se me l’avesse detto prima d’imbarcare però mi risparmiavo il sangue, allora ciao, e potevo scendere dalla nave o rimanere, avrei scelto.
Ora la nave affonda la prua nel buco delle onde e usciamo di miracolo ogni volta, e così da ore, onde che ci occultano e una bufera cobalto dappertutto. Con le prime onde, -e con il secondo vino perché da 3 giorni qua si festeggia la navidad, solo si beve- con le prime onde, che per un poco parse che cavalcavamo il mare, alcuni hanno fatto, Oooooooole e poi, oooooole. Dopo, a poco a poco è calato il silenzio e ognuno rumina per conto suo guardando il mare dagli oblò e sentendolo battere affamato contro il nylon.
La barca è di nylon, di polistirolo, dei materiali bianchi attuali senza rughe, senza peso.
Un’oggettivo è una freccia che appunta un bersaglio dove sistemi il pensiero per toccare un centro.
Il mio pensiero pare alcune mosche uscite di scatto pullulanti, fanno zig zag. Escono felici come se fosse giugno e brulicano e poi cozzano col oblò lasciandomi pezzi di pensieri senza centro né destino, iperfrantumati dai colpi.
Mentre tutti dormivano, ogni alba, ho provato a riunire questi resti, nanoparticelle, e ho tentato La Disciplina La Volontà la Regolarità.
Tutti meno quello a cui toccava timone, dormivano.
Imbrigliavo le ditta perché la mia freccia fosse dritta a un centro, le dita invece mi tendono a lasciare volare le robe libere dal bersaglio, finisco sempre nelle periferie delle cose.
Quel libero volo pensavo che era la libertà la fraternità la festa, perdermi sola sempre che volevo, dove volevo.
Però, parallele, la mia mia anima tende all’anima di Lucy come se mi andasse cercando dalla notte dai tempi, io a lei. È l’unica costanza che conosco – e come un’ossessione.
Dove finiva lo sguardo interno di Medea, già non riusciva a vedermi, io mi fermai sempre volontariamente, senza coazione, molti anni fa.
Per altri inizia in quella frontiera immaginaria di cemento la vita, separati dallo sguardo fondatore -fondatore quando fu intermittente, solo in questi casi.
La vita nuova all’intemperie batte, pulsa, spinge, pompa il sangue, cavalca e arriva la primavera e l’orizzonte, pare.
Qua abbiamo solo mare dovunque però quando soffia Sud puoi essere in coperta senza golf.
Fece 1003 segnali prima di arrivare, l’amore, questa volta, non sentì nessuna, né della morte, non mi preparai.
Non avevo paura ed ero in camicia, con tante parte del corpo all’aperto.
Apparì alors Lucy con un sorriso generale e un vassoio nelle mani.
Mi sorridevano occhi bocca mani o io m’immaginai il possessivo.
Invece domani sparisce la costa, c’è solo mare guardi dove guardi.
Ho passato la notte appesa da un secchio vomitando. La bufera ammainò ma la barca si muove ancora lo stesso del Beagle, io mi sto semplicemente abbandonando al malessere generale, la mia anima senza oggettivi si è arresa e il corpo si lascia andare col mare, su e giù senza misura.
L’idea era raccogliere tante prove dell’ªmore mio in questo viaggio, poi analizzarle col monocolo, invece solo vomito e mi aggancio male al letto per non rotolare sotto.
L’acqua colpisce lo scafo 24 ore. Il letto a castello sale e scende e niente di più. Neanche un vino riesco a bermi come Goethe cammino di Sicilia. Lo sorprese una tormenta già abbandonando Napoli e si chiuse in cabina con vino e pane, passò così la notte bevendo ed aspettando la scampata, immaginando Nausicaa, per scriverla.
Quanto si beve nel mare, sarà per onomatopeia.
Lampadine appendono delle cabine da ieri, molte le ha appese Lucy prima di sparire.
Da lontano forse apparentiamo essere una nave felice che illumina e dipinge un pezzo di notte e alimenta le voglie di andarsene di alcuni a terra e nostalgie diverse. Da terra m’immagino la banda nera del mare e la banda nera della notte, la baia e la linea invisibile sulla quale flotta la nostra barca accessa. Poche stelle fra le parti sgombre del cielo lontane tra loro.
Ora il mare è docile e i cieli si sono puliti, sotto il grigio c’era un’indaco raggiante con cirri alti azzurro marino.
Domani la groppa delle onde sicuramente scintillerà al sole e grandi estensioni di acqua saranno a mezzogiorno una lamina argento che dondola fra ombra e luce.
L’onda 3377 ho fatto questa mattina; 3378 onde senza dire una parola -senza sapere come farti tornare a te che mi sorridi per caso, a me che riesco ad immaginarmi i possessivi.
Salivano con te quando arrivasti, dalle strade dal mare, luce e salnitro e caldo, ora scende Decembre.
La tristezza è un’emorragia e quasi un vizio. Devi tagliarla in secco e fargli un tourniquet. Me lo feci fare ieri da Genovese, mi stringe un laccio emostatico, io entrai nel suo paltò verde uliva.
Le parti del mare che il sole non acceca sono anche verdi, dello stesso verde smeraldo dei tempi di Medea, quasi immaginario. Ho pensato, all’aria, Feliz Navidad, un abrazo fuerte, ora sto guidando la nave per un poco io.
Quando un poeta portoghese si suicidò, adesso non so come e non ricordo il nome, i versi, sì, scrisse Quase o amor, quase o triunfo e a chama, Quase i princípio e o fim -Quase a expansâo. Quando si suicidò gli scrisse a Pessoa in una lettera, tenga un grande grande abbraccio do seu povero amico Mario de Sa Carneiro. Da quando ho letto la lettera cambio tutti gli abbracci grandi per abbracci forti.
Salvarsi e la calma, finita la bufera ieri, si festeggiarono con champán portoghese, è dolce.
Guido io ora perché il champán non lo bevo molto, talvolta lo regalo per snobismo, francese.
Perché col champán mi si mischiano le bollicine con le mosche, non lo bevo, è un’anarchia infeconda.
La barca non si chiama VeranoDiciembre.
Non so come si chiama -ora che lo penso- la barca dove mi trovo.
Starà scritto nelle cosce il nome, a mezzogiorno vado a leggerlo

nel mio petto batterebbe, il mio amore nella tua mano, nella mano dove entrerebbe, perfetto il mio cuore
Il gabbiano, Amalia Oggi

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Vado alla cabina di Lucia. Fa un gesto svogliato quando
trova me davanti la sua porta, lo sostituisce come un lampo per un sorriso che le viene fuori come glielo stendessero con ferri. Mi lascia entrare, è educatissima, non chiude la porta però. Cosa voglio, mi chiede. Dico, rimanere, guardandomi un poco le spalle. Quanti anni sono trascorsi dall’ultima volta che volli rimanere in un posto, penso, per pensarlo mi scatta l’angoscia. Mi ha risposto, no, Lucia, non posso rimanere. Basta domandare le cose e sai come stanno fatte, il resto del tempo vivo in un mondo che m’inventai un giorno precario e che pare non c’entri con quello che accade da anni nel reale -fuori. Allungo alcuni minuta la sconfitta. Le dico, si che rimango, partita persa prima di iniziare. Insiste anche Lucia, ti prego María, non farmi altra scena. Le dico, non me ne vado come se non la sentissi. Dice, grido. Le dico, vai. Sul serio, grido, dice con occhi incazzattissimi. Le dico, bene. Ti prego, vattene, mi chiede, credo che va a piangere, preferisco che non pianga, non piangere, Lucia, non le dico. Nemmeno le dico amore mio, non piangere amore mio, Lucia, non farmi andare, non le dico. Dai, esci, insiste. Chiama la polizia, le dico. Esce lei della sua cabina rabbiosa, dai, Fuori! dice, esci!! sta già quasi gridando, non piange però. Le dico, non, Lucia, non mi muovo. Esci!!!. Grida.
Esco.
Metto le mani nelle tasche.
Accelero il passo.
La notte m’incappoccia.
Quanti metri faccio? la barca intera?
Non so quanti, meno di mezz’ora. Bevo. Sempre ho un calice pieno, poi vuoto. Il mare è molto mosso. La coperta trabocca. Piove. Cado. Mi si rompe il calice sotto il mento. Un cristallo rimane appendendo. O svanisco o mi dormo, mi sveglio sul sangue. Faccio un sos. Nell’infermeria mi cuciono. La ferita disegna un triangolo senza un lato. Rimarrà cicatrice, chiedo imbecillmente. Sí, ma ti sto cucendo benissimo, che non ti dia il sole. Ho una Venere senza braccia a casa, la dea dell’amore. A parte monca, si trova rotta e poi con la vita cucita, ora stiamo tale quale. Vado dal capitano, è un capitano bellissimo, falso caffone, se non mi fate scendere ora mi lancio al mare, non mi animo a dirgli, non posso pagare il prezzo.
Medea, se fosse Medea il nome, nemmeno Medea serve di nome, Occhi Incostituzionali, mi guardò sempre, mai fece altro -io ero alla tele importante come un presidente corrotto di Bananas.
Lucia invece mai mi ha vista -mi pareva di sí, ma perché la opponevo a Medea e mischiavo le 2.
Lucia mai mi ha vista, vedo io ora, anche il sale sprigiona molta luce, microframmenta i pensieri e li tiene indugiando alla vista: era questa la condizione funesta mia, uno che mai mi guardassi.
Il mare bagna la benda in pochi minuti. Il sale fa bene alle ferite e l’intemperie, questo già lo pensai 39 volte. Il sale cauterizza conserva disinfetta, anche questo lo pensai già così tanto.
15 giorni devo essere ancora qua.
Dopo la colazione, tra mezz’ora, arrivamo a Lisboa. Le luci della costa dietro la pioggia hanno appena forza. Posso scendere a Lisboa se non voglio continuare. Posso rimanere nel reale a terra. Posso fare il cammino memorioso dell’elefante fino a Viena. Posso lasciare Lucy fare la sua vita, fare io la mia.
Negli altoparlanti cantano Les Rita Motsouko, Modern Baleine, lui ora è morto.
C’est de la graaissefraîche deebaleine
Colorée d’unrouge sang bien chaaud
natureeel
Meno infelice di solo è solingo o passero.
Oimè, balena solinga elegante di nessuno. Che vai, scintillante e jet. Che ti cantano, vedi, con cappelli cobalto o bordeaux, donne di Francia

Grazie a Terranova che mi ricordò che il sale in Italia è maschio

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Une baleine sur un mur
De vagues et d’eau saumure
Tête le lard de sa voisine
Pour se faire un rouge à babaines
C’est de la graisse fraîche de baleine
Colorée d’un rouge sang bien chaud
Naturel.

C’est une Modern Baleine
Qui cherche aussi à évoluer
Et qui se donne la peine

Hier elle est allée
Se faire limer les fanons en pointe
Chez le dentiste de la mer,
D’ailleurs un cousin lointain
Du Commandant Cousteau
Très bien installé sur son îlot.

Regardez la ainsi parée
Faire la grande traversée.

L’élégante propulse un jet
De vapeur scintillante.

De toute son immensité
La voilà prête à plonger
Les lèvres bien ourlées

Oh, la voilà, elle s’apprête
Aux profondeurs encore secrètes
Que les Dieux lui ont données.

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Ieri lessi che le lingue sono onomatopeiche e che anche la scrittura iniziò per imitazione dei cieli attorno. Gli uomini si ballavano sopra la distanza e leggevano il disegno delle stelle o il picchierellare dei venti o della pioggia. Desiderio viene di de-sidere, delle stelle. Lucia sta nelle stelle.
Le stelle nel cosmo sopra la mia testa quando nacqui disegnavano la costellazione quieta bilancia, essendo giorno erano invisibili. Le scie di due aerei marcavano le undici e cinque, poco prima del meriggio. I suoni a terra arrivavano ammortizzate per la barriera vergine che le nubi facevano alla luce.
Il nome di mia madre è quasi sicuro, Medea.
Jasón è più incerto per mio padre.
Il mio nome lo stesso, non lo ho.
Mi tiene incanonnata 24 ore dì, Medea, uno sguardo instancabile, io mi lascio guardare come se fossi alla televisione.
La mia vita finisce dove finisce il raggio del suo iride, a pochi metri di casa.
Ha dita negli occhi, grandi mani, braccia di 146 metri.
Quando arrivo lì, dove termina il raggio, sto per varcarlo, le crescono serpenti fino al naso, non si capiscono più le parole, fa tremare i bordi della terra che sto per toccare, io mi torno indietro meglio.
Fino a dove ho capito, qualcuno le ha tolto un pezzo di carne sua, in tanto lei vuole, è giustizia, tenersi la mia, io le lascio, qua dentro non ne ho tanto da fare, di poi ho pigrizia di fallire sempre.
Se gliela paghi, mia carne, ma sono parecchio cupe ancora le condizioni, mi lascia andare. Nessuno potrà ridarle quella che ebbe però, questo è tutto quello che ho capito per il momento, la sua disperazione: consolo: 0, speranza: 0, possibilità di cambio o muovemento: 0.
Però un giorno scappai, ora vivo in una nave.
Si chiama Lucia la sostitutrice di Medea, ha occhi verti, nella nuca fili di oro.
Altra Lucia, certo, ma come il mare e la luce che apparentemente si ripetono ogni giorno, invece appena stanno mai fermi, sono pura fantasia.
Il posto pareva felice solo settimane fa, moderno, invece la sale mi separa la linea delle orme della dita un poco ogni ora e ho i cappelli fatti sempre un cristo, non riesco a pettinarmi.
Lei mi guarda anche le 24 ore. Ella mi guarda, io faccio la scimmia celeste di Punta Arenas, Chile.
Anche qua, ma l’ho saputo a cammino fatto, chilometri e chilometri, qualcuno dovrà pagare il mio riscatto. Mentre, la morte mi ronda sempre vicinissima.
Le condizioni sono le stesse di Medea un tempo, impossibili.
Se in tanto il mare s’accanisce, immagini tu, io non riesco a scriverlo.
Oggi è il mio primo giorno qua: senza lingua, senza patria.
Neanche la bandiera della nave è sicura, per ragioni che non so, si cambia secondo dove andiamo, la labililità delle bandiere.
Conto le onde mentre penso che immagini questa situazione mia nuova, come potrò salvarmi, se questo è possibile: un’onda, l’onda 2, l’onda 5559.
Domani non so se farò qualcosa.
Ti scrivo traverso le onde allora.
Non ne (metto il ne qua?) sono sicura se riuscirai a sentire questo morse marino, se siano un gran mezzo trasmetittore, trasmettitore, le onde queste, solo posso provare però, è meglio se penso di si, se penso, ti arriva.
Mi ha tolto l’orologio ieri, lei, le sigarette e la cabina – io gliele avrebbe potuto dare senza minacce, non so con quali parole, ma parole ci sarebbero potuto essere cercandole, poi avremmo potuto fare un patto. L’orologio me ne frega, le sigarette meno. Senza sigarette mi mangio le dita.
Per la cabina, non so ancora, qua fuori si sta bene, credo che stiamo navigando verso l’estate. Alcune cose nuove ci sono, vedi, cambiamenti, mi metto in una barca e frego l’inverno.
Meno male, si, che uscì coi venti commerciali, gli alisei, favorabili. Non immagino che sarebbe passato se esco con i venti uraganati.
Dormo in coperta -lei anche, ma sopra, per vigilarmi, credo.
Ieri la notte fu bellissima, sgombra. La luna brillante e due stelle disegnavano nel cielo indaco una mongolfiera con la testa ai piedi. Navigavamo circa qualche costa, ai venti alisei non devi opponerti, basta metterti nelle sue mani, loro ti portano.
C’erano le palline di luce della gente che ha case a terra, in riva al mare e il mare acceso attorno alla nave. Tentai di leggerlo per imitarlo e scriverti però scoppiò un black out

lo fai apposta
fallire?
si
no. Ora no. Capita tutto il tempo, non so perché. Si sarà cronificata la sciagura. Quando sto per capire qualcosa, per trovare un senso, piomba tutto di nuovo nel buio.
Dai, è [illegibile]. Verranno [illegibile]
Non credo. È come se ogni cosa che nella mia vita va a prendere una forma, al’improvviso si sfacesse e tornasse ad essere tutto nebbia. Non riesco a prendere niente, mi scivola. Anche i pensieri, il ricordo. Tranne se è alzheimer, sempre può essere tutto peggio. Non so che sta capitando. Talvolta credo che sia per il mio modo di salvarmi delle disgrazie, fanno in molti lo stesso immagino: bruciamo tutto, poi i pensieri non trovano dove poggiarsi per seguire. Nessun ricordo, nessuna lettera, nessuna foto, zero musica. Svuoto armadi, cassetti. Quando non [llegibile]. Si tingono tutte le cose di assenza, mi [llegibile]. Preferisco bruciare il tempo che già non è, non sarà, non. I contadini preparavano così la terra per altri cultivi. Non voglio coltivare niente ora ma è meglio tenere la terra pulita. Solo che il fuoco mi si emoziona sempre, continua per conto suo mangiandosi quanto trova. Con le cose che brucio volendo, se ne andano anche un mucchio di ricordi vivi che forse era meglio avere salvato. Adesso sta tutto devitalizzato, sopratutto la scrittura. Se scrivo le parole vengono di lana, di legno, tutte morte sempre. Non diciamo se provo a fare parlare qualcuno.
Ma quanto ti lagni
Certo. Mi ero giurata che lasciavo di fare il bambino furibondo. Stavo per essere adulta, ti giuro
Ehehe. Come pensavi fare?
Pensavo questi giorni, vabbè. Uni hanno successo, altri non. Il talento lo stesso, lo hai o non, se non l’hai bisognerebbe decidersi, o accetti uguale suonare il piano perché ti piace rompergli un poco il timpano ai vicini e anche senza rompierglielo, perché ti piaciono semplicemente alcuni vicini, o lo bruci o lo lanci dalla finestra o lo regali… Hai finito Il soccombente? Gould per esempio voleva essere un piano, dice Bernhard. Lo dice quasi al finale del romanzo, anche il nome per Gould solo lo trova al finale del romanzo, credo ricordare, lo chiama l’inacettante. Invece il soccombente ha nome quasi dall’inizio… Se persevero, se scrivo, se lavoro, ho l’impressione che la mia sarà una tenacità, prendere velocità verso la sconfitta totale.
E dagli
No, sul serio. Se l’amore non va, il lavoro non mi piace, e la scrittura mi si muore
Ti do [llegibile]
L’amore fa [llegibile], [...] e alla rovescia anche