a chi gli lasciava tutti i gatti?
signora, lei telefonò ai pompieri farà in torno a 15 giorni? sì, e mi dica, lei cosa sente? un po’ di caldo? già. E puzza di bruciato. E fumo? anche. Molto fumo, sì. Mi sa che va ad essere un’incendio. Senta, lei se per esempio andiamo, il prossimo giovedì, le va bene? lei se deve uscire ci lascia la chiave sotto il zerbino
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la vita per me sono due che stanno nel mare con un palo, naufraghi. Due vivi, con la stessa voglia di vivere. Che forse si amano. Se il palo una volta fu una barca o come sono arrivati a questa situazione ora già non importa: importa che il palo il peso dei due non lo regge. Per un tempo, poco, perché c’è poco tempo, vogliono morire i due, si cedono il palo, si dicono, ti salvi tu, non, ti salvi tu. Però col passo dell’acqua termina per istallarsi la verità cruda, il palo non regge i due, uno deve prenderselo- l’altro deve non prenderselo. Quello che se lo prende, vive -l’altro muore. Quello che se lo prende a parte vivere, poi, deve reggere la colpa di tenere un morto alle spalle. Di uno che forse amava. Che forse lo amava. E che la vita non gli sappia solo a mare.
Io penso che sono quello che non se lo prende -il palo. Potrei dire che si prende il mare. Come se ci fosse certa poesia nel non volere il palo a quel costo sterminato, nella scelta del mare.
Invece no, solo uno che la vita non riesce a prendersela così.
Altri giorni, all’alba, penso che nel mare ci sono al meno due pali, e che prima o poi una barca passa e la vita sono i pensieri che devi fare mentre,
volevi la bici, pedali, me lo raccontò lei, con parole spagnole, poi pedalò fino al 31/12, 96 anni. Il nonno, ma io lui già non lo conobbi, col nome, Fuego, scriveva in un giornale familiare, Nueva Cañiza, le cronache della società del paese. Scriveva per esempio, oggi arrivò alla nostra bella villa di La Cañiza, e, dopo, la descrizione di una colore oro, poi morì di cancro al fegato. La Cañiza di bella non ha molto, deve essere uno dei posti più brutti del mondo, con 27 abitanti. Una strada bruttissima, dove moriva sempre qualcuno investito, e ai lati case uguale di brutte mezzo verdi. Anche Ginzo de Limia è un posto bruttissimo, dove io nacqui, con la stessa disposizione, due file di case e nel mezzo la strada con camion, abbandonandole. Porriño, La Cañiza e Ginzo de Limia sono i 3 paesi più spaventosi che conosco. Salva a Ginzo, ora Xinzo, che lì iniziava e terminava Galicia. E che veniva Castilla subito dopo. Castilla sì che è bella.
Suo padre, della nonna, il bisnonno, cantava sempre, mi raccontò lei anche, zarzuela. Lei e la bisnonna si parlavano così, si buttavano pezzi di zarzuela quando si trovavano per casa, nei corridoi, una strage a due voci. Già dai cognomi entrambi potrebbero aversi insospettito di quello che verrebbe, lui si chiamava Mouro, Moretto, lei, Sidi, Signore. Lui andava a zonzo sempre innamorandosi, tra una canzone e l’altra. Cantava s’innamorava flirttava gli cascavano i negozi, perdeva soldi mentre la bisnonna era più o meno ricca. Talvolta perdutamente s’innamorava, di una modista, prendeva una pietra e se ne andava al mare per sempre, Ciao, persone. Lo stesso però nella famiglia paterna una zia prese una finestra e se ne infilò per il mezzo.
Mi disse anche la nonna che il bello delle spine son le rose che le crescono al finale.
La vita pare sempre da dove partivi e dove eri di poi e nel mezzo, niente, le colline e la valle dal finestrino. Come se fosse sempre in una macchina e fosse sempre Castilla, tra Galicia e Euskadi.
Nel 600 con tutti i fratelli e i miei buttandoci canzoni di amore gli uni sopra gli altri, praticamente un massacro durante 800 chilometri.
Una volta a mio padre la polizia lo fermò, cercando terroristi. Lui non la vide, ma i poliziotti a lui, sì. Gli fecero, fermati, dandogli luci, le luci lui pensò che erano una festa e passò, basta feste, loro spararono alle ruote. Allora presse la macchina e lasciamo Euskadi, Jasón decise.
Mettiamo che ora mi chiamo Figlio di J, io.
Da piccolo partivo spesso il nome nella scuola e poi lo cucivo di nuovo per provare che altri sensi dava. Anche i colleghi me lo partivano spesso, gridavano, ehi, Tedesco, passa la palla, o ehi, Mac, persone originali.
Potrebbe essere uno di quei nomi che si fanno per scappare di una persecuzione di cognomi, poi si ammansa il mondo 15 minuti e arriva uno e mi restaura il nome vero e respiro un poco.
Dal nonno che non conobbi, colore oro, faccio Medea.
So che prima di morire voleva solo frutti di mare lui, la nonna fece lo stesso questo Natale, solo voleva frutti di mare, disse. Glieli regalò Jasón, io glieli portai, lei quasi li vomita al finale. Riuscì a tenerseli, già con cancro generale nascosto, perchè capiva così l’amore.
Io ai frutti di mare ho allergia.
Aveva una bici con motore, la nonna.
Una bici di 1920, più o meno di quell’anno, e un otre con vino. Quando trovava un albero si poggiava all’ombra e pensava. Scriveva sonetti, non buoni. Mentiva parecchio. Forse era più bello pensare di sì e di non, ma invece era così, credo.
Iniziava a raccontare una cosa che era accaduta, si entusiasmava con altre che non erano accadute ma forse le sarebbe piaciuto se fossero capitate, e in giustizia dovrebbero avere capitato, mischiava le une con le altre, arrangiandole, di poi le cose accadute un po’ contagiavano di verosimilitudine le cose non accadute e alla rovescia, su quelle vere finiva per flottare l’ombra della finzione, se le credeva insomma le cose, inventandole, alcuni minuti, poi già non poteva più fermarsi. Più contagiata e mischiata e quasi accaduta o per accadere era la verità, più si divertiva e le interessavano le diramazioni possibili e le possibilità di farle capitare nuove.
Si può mentire, sintetizzando, per omissione per sottrazione per aggiunta per ignoranza per noia per odio e per diversione. Anche per distrazione e senza causa. La verità si può dire per le stesse vie e con le stesse parole di mentire.
Quei ritocchi del reale della nonna, a un mucchio di zie le facevano salire agli alberi. Della rabbia. Anche un familiare scrittore, praticamente familiare, che aveva la smania di mettere un piano nelle sue biografie. Dicevano, ma perché mette sempre quel piano, se in quella casa non c’era nessun piano. La verità è importante, la verità vi farà liberti. Lo so perchè chi sa perché spesso ho chiesto matrimonio a persone così, rabbiose di verità. Che mi hanno detto, col culo. Senza culo però. Educatissimamente me lo hanno detto, senza una sola parola nel mezzo del silenzio. Con parole brillanti per assenza. Un’eloquenza che poi ho dovuto immaginarmi intera.
Insomma, una volta corsi con Carl Lewis a Montreal, anni fa.
Ora non ricordo se fu Montreal o se fu Lewis ma questo è intrascendente. Lo importante è che correvamo impazziti io e il figlio del vento, lui ha le gambe così lunghe che all’inizio fu un seccato sistemarle in mosse olimpiche.
Certo che sempre subito c’è uno che deve venire a restaurarti il reale, sempre, ogni giorno più presto accade. Stai più o meno felice correndo a Dio senza dare troppo fastidio in torno, pensando, tu guarda, Montreal, io e Lewis. E la cagna. Siamo arrivate. E si sente sempre uno che anunzia, il culo!!, perchè a Lewis gli sta per uscire un poco di gamba dei shorts.
Preferivo correre con Lewis che trovarmi Lucy, mi chiedevo.
Mi dicevo un poema di rose i giorni di Lewis, Oh, rosa, pura contradizione voluttuosità di non essere il sogno di nessuno sotto tante palpebre e un altro, del cui solo ricordo come un animale transito di dolore.
Poi gliele portai alla nonna coi frutti di mare di Jasón, rose arance, sul 22/12. La nonna disse, le spine. Tinte poi
se metti l’amore al sole, dai luce elettrica e togli candele e penombre, le fantasie scappano, con i sogni.
Superluna piena c’era ieri, con Marte accanto, mai più così vicini nel 2010, leggevo prima di dormire, poi passai la notte sognando e saltando. Questa volta sì, sogni sistematissimi, non razionali. Con una trama chiarissima ma lo stesso me la passai correndo freneticamente tutta la trama. Perdeva lei due bambini, andavamo a salvarli, 2 persi, gridavamo, gridavamo i nomi con la voce dei sogni di gridare, muta. Saltavamo e si erano persi i bambini, e scappavamo, salti olimpici erano. Erano vicini loro, si sentivano dovunque, mentre donne tremende trucattissime di tette amarcord, 13 metri di eslora di petto, mi fermavamo la corsa in bar che bisognava traversare. Provavo a traversarle a spinte educatissime però lo stesso mi prendevano e mi schiacciavano contro le tette, che gran mondo sotto la vigilia, pensavo, loro con occhiali di sole, di notte, che futuro. Le dicevo, dai, lasciami perdere, ad una, erano quasi tutte uguali, facciamo pace le dicevo, variava l’alto delle parrucche e il largo degli occhiali e continava senza scampo saltare e correre e traversare tette giganti e donne e bar. Chi non m’avrà dato la tetta, pensavo, forse fu cannibale, persone così poi ci facciamo nientisti, ho letto, una teoria.
Mi ero soltanto dormita pensando che faceva quel gatto scuoiato nel sogno del giovedì, sotto la casa mia a San Sebastian. Le foche le scuoaino vive, non vanno a farle l’anestesia generale, già, perché poi siano scarpe o sushi. Le scarpe le fanno con i coccodrill, sì. San Sebastian che non appariva da tanto nei sogni, da moltissimo, appariva quando appariva, essendo già Donostia, una collina verde e un’autostrada che scendeva bellissima in vista panoramica ad una gran metropoli, Non-San Sebastian appariva, il negativo o un positivo orientale, una metropoli in the mood for love e con subway volanti. Chissà come così bella appariva sempre nei sogni, S. Sebastian, apparte che lo sia oggettivamente, un posto dove ero infelice come un austriaco, assolutamente.
Il gatto senza pelle del giovedì, a sinistra dell’ingresso della casa di un tempo, e le terminazioni dei nervi alla vista, diramazioni di linee magre di sangue ancora viva.
tu stai tranquillamente sperandomi arrivare, già non devi fare altro. Tranquillamente mi speri e come ti dicono di sperare la vara del tuo nemico che passerà un giorno morto dentro una cassa. Sono esse ora le conclusioni, però lo erano quando uscivo, che mi troveresti, che ti troverò, che ogni passo per evitarti mi portava dritta a te e per vie più veloci. Con l’aggiunta col tempo, mentre camminavo, di avere saputo che potevo anch’io fermarmi e sedermi e vederti passare tranquillamente, io al sole ultimo, le spalle coperte contro un muro caldo bianco, un mare, una sigaretta, il vino.
Sedermi mentre scorre il tramonto, dal rosso al rosa, al viola, passando tu in una cassa mentre io ti speravo d’estate, senza affrettarci tu né io, sperandoci come amanti, qualcuno ci vedrà passare un giorno in casse separate.
Pensai un tempo, sognavo, che potevamo cambiarci cappelli cappotti scarpe, roba di morti tutta, per vendette, e provare a ballare il tango di sempre in camicie nuove.
Però e la tua natura e la mia e la natura dello scorpione mordere tu, guardarti cieca io.
In caso di pericolo, se allo scorpione lo avvolgi in fuoco, lui si chiava la coda. Al ferro lo fai mutare con lo stesso fuoco: si intenerisce e gli dai altro indirizzo.
In caso di pericolo, ma mort, potevamo firmare la pace tu ed io. Io non ti spero più, amore mio, tu mi lasci camminare, passano i tramonti noiosi senza te né me, ci lasciamo crescere la vita.
Tutti questi allegri pensieri di Windsor perché devo anche andare dal dentista, pagare 7000 euro e che tutto vada bene, già non mi posso comprare l’Ibiza per girare Europa a 40 gradi o fare il corso di patrone di velieri piccoli.
Ibiza fu uno dei posti più belli che ho conosciuto. O forse non più belli però si era intermittentemente felice. Un’estate senza te né me ho conosciuta l’isola, azzurra e chiara e con querce e soleggiata, scappandoti. Era questa la luce del mediterraneo pensavo, le particelle di polvere flottavano scintillavano traversate trasparenti di fotoni di mezzogiorno, l’ora del demonio nei conventi era, al sole le vocazioni di chiusura dondolano, alla luce.
Medea quasi venne lì come Monica fu dall’ Africa a Milano per mettere Agostino nella via di Dio, un figlio di tante lacrime non puoi lasciarmelo perdere, gli disse. È bello, un hijo de tantas lágrimas. Poi Medea non venne, ci siamo date pace -una poca.
Sì che potevamo andare tu e io ora, al mare
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O non è buona idea
si sentirebbe choca in spagnolo, che in gallego è la moglie del calamaro
come la montagna spaccata italiana, con l’aria soffiando fra il bassalto, fra lingue. In Italia per esempio stanno proibiti: gli aggettivi. Le metafore. L’ho capito leggendo, dopo anni senza leggerli, spagnoli. Che riempivano tutto di metafore gli spagnoli, mi rese conto, era un’allegria di aggettivi ed erano lentissimi da leggere. Perché non erano comunisti, pensai. Alcuni spagnoli. Gli italiani, sì. Loro e Cuba rimangono
-io so 5 o 6 cose di Bettina, di Goethe, di Kundera-, per spegnerlo, Goethe si lasciò cadere i denti e la pancia, si mese una benda verde fosforico sulla fronte e camminava così in vestaglia. Glielo racconta Goethe a Hemingway in un incontro immaginato, i due nell’aldilà. A parte che alcune cose cadrebbero lo stesso per l’età, meglio fare finta di organizzarsi lo sgorbio. Questo però non disanimava Bettina che amava la sua immortalità come le signore che beccavano la camicia di Picasso, per procurazione o come giornaliste dal loro genio -di elle. Kundera che naturalmente sapeva quanti giornalisti il mondo gli serbava. C’è l’intimo di uno, e poi l’extimo, lo assolutamente non sopportabile. Se lo perdi di vista lo tieni come un maremoto alle spalle, gli estremi si amano. Nel terremoto di Lisboa sono morte un mucchio di persone ammaliate per la potenza del mare che saliva. Scenderono estasiate a guardarlo a quella che oggi forse sia la Praça do Comerço e il mare amò appassionatamente loro.
